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Presentazione
dell’edizione italiana
di Riccardo Paterni
Accogliere l’incertezza.
Che cosa significa? L’incertezza ha sempre fatto e continuerà
a fare parte del nostro quotidiano, della nostra vita privata e
professionale. Possiamo far finta che non ci sia (gli effetti reali
alla fine li sentiamo lo stesso), possiamo cercare di gestirla al
meglio (magari adoperandoci per «limitare i danni»)
o possiamo utilizzarla a nostro favore, in altre parole accoglierla:
identificarla, approfondirla, sfruttarla. Accogliere l’incertezza
non è una cosa semplice, richiede metodo ed esercizio, ma
soprattutto richiede il giusto atteggiamento mentale: la capacità
di utilizzare appieno le risorse di cui disponiamo all’interno
della situazione in cui ci troviamo. In altre parole accogliere
l’incertezza richiede leadership, ne rappresenta anzi l’essenza:
una delle manifestazioni più concrete della rilevanza del
ruolo di leader.
Leader di un gruppo
di persone, di un comparto, di un’organizzazione, di un settore
economico; capaci di guidare se stessi e gli altri nel confronto
con una realtà sempre più diversa e inattesa. Ricordo
quando, anni fa, il Professor Clampitt (coautore del libro e professore
di ruolo della facoltà di Information Science Program presso
l’Università del Wisconsin – Green Bay) stimolava
affascinanti conversazioni su questi temi nel corso di intensissimi
workshop didattici. Il fascino consisteva nello scoprire un mondo
in rapida trasformazione e nel cercare di divenire attivi partecipi
di questo processo, una cosa che stavo riscontrando in prima persona
nei miei studi e nel mio lavoro negli Stati Uniti. In seguito io
sono tornato a vivere questi cambiamenti nella «old country»
(come gli americani chiamano l’Europa) mentre Clampitt affinava
idee e con- cetti assieme alla mente aperta e calata in aspetti
pratici organizzativi di Mr. DeKoch (coautore ed executive manager
dall’esperienza pluriennale). Il mix fra il mondo accademico
e quello aziendale ha generato il pragmatismo illuminato e la praticità
di questo libro.
Da tempo ormai, studiosi
di economia e di management ci mettono in guardia rispetto agli
effetti del cambiamento a livello individuale, sociale ed economico.
Nel corso degli ultimi anni vari eventi hanno portato tutti noi
nel vivo di queste considerazioni. In poco tempo sono crollate,
o sono state pesantemente incrinate, tante colonne portanti della
così detta «tradizione», tante certezze che ci
aiutavano a percorrere la vita guidati da solidi punti di riferimento
che spaziavano dal traguardo del «posto fisso» al confortante
pensiero che dall’afa asfissiante dell’estate si sarebbe
passati gradualmente al freddo dell’inverno. Trovo molto interessante
ascoltare scambi di idee fra persone e riscontrare che il tema del
cambiamento si è a mano a mano diffuso dal mondo degli studiosi
e dei ricercatori alle conversazioni quotidiane in casa o in ufficio.
Il tutto è stato
reso ancora più complesso dal fatto che il cambiamento non
è arrivato in modo progressivo, graduale, logico, lineare
ma in modo frastagliato e discontinuo, fatto questo già identificato
e descritto quasi quindici anni fa dallo studioso di management
e sociologia Charles Handy. Il cambiamento discontinuo di per sé
comporta la necessità di sviluppare il nostro modo di pensare,
di comprendere appieno la realtà che ci circonda. Già
ci siamo resi conto che le «tradizionali colonne guida»
sono venute a mancare, il quotidiano ci porta a riconoscere che
è difficile trovarne di nuove. Considero molto istruttivo
riscontrare, nel corso di colloqui con imprenditori e dirigenti
attivi in vari settori economici, che tutti ormai sono consapevoli
del fatto che «i tempi d’oro» della crescita economica
con ampi spazi di miglioramento e manovra sono ormai storia. Se
emerge un settore redditizio bisogna essere svelti a sfruttare la
situazione rapidamente e senza esitazioni sperando di aver colto
la fase crescente dell’inevitabile parabola. Niente è
in ogni caso dato per scontato, spesso esperienze vissute sono fuorvianti
anziché «maestre di vita». Questo è ciò
che caratterizza il cambiamento discontinuo che stiamo vivendo.
Volenti o nolenti tutto è più incerto.
Per tutti questi motivi
dobbiamo abituarci a convivere con l’incertezza, a farcela
amica, ad accoglierla nel modo di pensare e di vivere il nostro
presente e il nostro futuro. La realtà che viviamo non ci
consente più di andare avanti con il «pilota automatico
inserito», è una realtà in «presa diretta»
che presenta sempre nuove insidie e asperità. Attenzione
però: questo non comporta assolutamente che tutto sia destinato
a peggiorare. Il nostro vivere è sicuramente più complesso
oggi rispetto a qualche anno fa, ma la complessità e l’incertezza
possono trasformarsi da fonte di frustrazioni e pessimismo a sorgente
di opportunità e ottimismo; dipende tutto da noi, da come
scegliamo di divenire consapevoli e utilizzare le nostre risorse
e le risorse delle organizzazioni in cui operiamo rapportandole
nella maniera migliore alla realtà che continuamente, e spesso
inaspettatamente, si trasforma davanti ai nostri occhi.
In questo senso accogliere
l’incertezza significa soprattutto equipaggiare noi stessi
e le nostre organizzazioni con gli strumenti appropriati e soprattutto
la mentalità giusta volta alla comprensione e al confronto
continuo con gli aspetti pratici e spiccioli della realtà.
Semplicemente questo è ciò che costituisce uno dei
più saldi punti di riferimento nel vivere il presente e il
futuro. Aldilà delle teorie, aldilà delle riflessioni,
delle aspettative e delle speranze è poi il confronto concreto
e crudo con la realtà che conta. Risulta inutile e dannoso
rivestire la realtà con false certezze e convinzioni. Infatti,
spesso il convinto è accecato dalle certezze mentre il vincente
sfrutta l’incertezza per aprire gli occhi. Più che
mettere in discussione la realtà è molto più
utile mettere in discussione il modo in cui la percepiamo allo scopo
di assicurarci che ci poniamo nella condizione di identificarne
e comprenderne l’essenza del quotidiano che veramente conta.
Solo partendo da queste basi sarà poi possibile adoperarci
per stimolare il progresso caratterizzato dal miglioramento reale
del nostro vivere e lavorare.
La lettura del libro
diviene un viaggio alla scoperta di se stessi e delle proprie organizzazioni,
un viaggio che mette in discussione alcune convinzioni e ne genera
di nuove: più aperte, più adeguate al vivere e lavorare
in «presa diretta». L’obiettivo non è quello
di divenire più certi ma semplicemente di progredire personalmente
e professionalmente convivendo con l’incertezza in modo sereno
e illuminato confrontandoci in modo schietto e diretto con la vita
e il lavoro. La prima volta che ho letto il libro ho percepito un
flusso di energia generato da profonde riflessioni che invitano
all’azione. Diviene poi naturale continuare a consultare il
libro utilizzando sul campo gli schemi di pensiero e le tecniche
di gestione presentate. Si impara a identificare il nostro progresso
personale e professionale generato dalla percezione del continuo
movimento fra certezza e incertezza. Si giunge a rendersi conto
che «il non sapere» non è mai un fattore di debolezza
fino a quando siamo capaci di tenere viva la fiamma della curiosità
e dell’esplorazione in noi stessi e nelle nostre organizzazioni.
Il libro contiene vari
riferimenti alla cultura americana, sono riflessioni ed esempi pratici
istruttivi che da un punto di vista editoriale ci siamo adoperati
per rapportare al meglio al contesto sociale e organizzativo italiano.
Abbiamo riscontrato che schemi e modelli di pensiero presentati
hanno una valenza pressoché universale. Universale è
infatti la chiave di lettura centrale: accogliere l’incertezza
significa soprattutto divenire più consapevoli, consapevoli
del proprio essere, del proprio modo di pensare e vedere il mondo,
degli schemi mentali che ci aprono o ci chiudono opportunità,
dell’essenza che veramente ci caratterizza e ci distingue
(sia in ambito individuale che organizzativo) e ci mette in condizione
di vivere in «presa diretta» e costruttiva armonia con
la realtà. Eric Fromm nel suo classico Avere o Essere? articola
in modo originale il legame fra incertezza, l’essere e il
vivere la realtà scrivendo:
“L’ansia
e l’insicurezza prodotte dal pericolo di ciò che
si ha sono assenti dalla modalità dell’essere. Se
sono ciò che sono e non ciò che ho, nessuno può
privarmi né della mia sicurezza né del mio senso
di identità, e neppure minacciare di farlo. Il mio centro
è dentro di me; la mia capacità di essere e di esprimere
i miei poteri essenziali è parte integrante della mia struttura
caratteriale e da me dipende. […] Mentre l’avere si
fonda su qualcosa che con l’uso diminuisce, l’essere
viene incrementato dalla pratica. […] I poteri della ragione,
dell’amore, della creazione artistica, insomma tutti i poteri
essenziali, crescono grazie al processo del loro esprimersi.”
In questa ottica, accogliere
l’incertezza diviene uno «strumento di lavoro»
per guidare noi stessi e le nostre organizzazioni a interpretare
al meglio il proprio ruolo in un mondo sempre più incerto
e complesso. Il conoscerci meglio ci porta all’agire in modo
più consapevole e la pratica rafforza le nostre risorse e
il nostro potenziale. Il doverci confrontare con l’incertezza
diviene un’opportunità di crescita. Mi auguro che troverete
nel libro altrettanti spunti di riflessione e azione quanti ne ho
trovati io e vi invito a un dialogo sui temi presentati.
(©
Edizioni Angelo Guerini e Associati)
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